Ebru Timtik – Nasrin Sotoudeh + altri vs. Turchia – Iran+ altri.

a cura dell’Avv. Vittorino Lauria

Turchia e Iran sono luoghi di cultura e civiltà millenaria. Istanbul, avamposto e crocevia dell’Occidente laico, ha vissuto il dialogo tra religioni culture arti e diritti, alcune città iraniane sono tra le più antiche ed ininterrottamente abitate nella storia del mondo. La Turchia è membro del Consiglio D’Europa dal 9 agosto 1949. Esserne membro dovrebbe significare, almeno orientativamente, quanto riportato su Wikipedia alla voce Consiglio D’Europa: “È un’organizzazione internazionale il cui scopo è promuovere la democrazia, i diritti umani. Esercita questo scopo intervenendo sul rispetto dei diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto.”.


Due Stati, invece, che sono trasmigrati entrambi in forme non proprio democratiche su diritti e legalità, divenuti pericolosi modelli, la Turchia per i paesi del mediterraneo l’Iran per il Medio Oriente. Ebru Timtik -Nasrin Sotoudeh + altri questa transizione l’hanno vissuta, protestata, ribellata con le forme della legalità di avvocate e anche con il proprio corpo, a supporto materiale della loro professione. Ebru Timtik avvocata turca di origine curda, arrestata nel 2017 insieme ad altri 17 colleghi e condannata a 13 anni di reclusione per terrorismo, è morta il 27 agosto del 2020 dopo 238 giorni di sciopero della fame, portato avanti nell’estremo tentativo di ottenere un processo equo. Nasrin Sotoudeth, avvocata iraniana, è stata condannata nel 2018 a 33 anni di carcere e a 148 frustate – anche lei per lunghi periodi in sciopero della fame per la difesa dei diritti umani – accusata di propaganda sovversiva per aver “difeso” una donna arrestata perché aveva manifestato contro l’obbligo di indossare il velo.


Oggi scriviamo (ancora) di loro perché la riteniamo una scelta, tanto dolorosa quanto inevitabile, quella di non dimenticare, di non distogliere lo sguardo dai sorrisi di Ebru o di Nasrin che attraversano le inferriate di una cella, gli stesso sorrisi che fotografano Ebru con indosso la toga nel tribunale di Istanbul o Nasrin nei tribunali iraniani nell’esercizio della loro professione.
Non possiamo vedere con i loro occhi ma possiamo provare a capire cosa significhi essere avvocati in quei luoghi attraversando il significato delle loro azioni – e più specificamente quelle di Timtik in Turchia per la sua prematura scomparsa – per noi avvocati al di qua della frontiera. Anche perché altri Timtik e Sotoudeh, nel nostro recente passato, erano proprio al di qua della frontiera, impegnati nella battaglia per i diritti e potrebbero esserlo ancora, oggi e domani. In Turchia vige uno Stato di Diritto o è lo Stato che attraversa e colpisce il Diritto? Un paese che non è in guerra nel significato che diamo alla guerra, ma che vive le conseguenze devastanti di una guerra.
Dal tentato golpe (o presunto tale) del 2016 il Consiglio Giudiziario non è più indipendente ma risponde direttamente all’esecutivo. La Corte Suprema turca, l’equivalente della nostra Corte costituzionale in Italia, è l’unica che mantiene ancora un certo grado di indipendenza. Gli oppositori politici vengono sistematicamente accusati di terrorismo: in carcere sono migliaia i giornalisti, professori universitari, magistrati, donne e uomini di cultura e della politica. Attualmente su 1.500 avvocati indagati, 600 sono detenuti e oltre 400 hanno già ricevuto una condanna ultradecennale.


“Il sistema giudiziario turco è cambiato a partire dall’emendamento costituzionale del 2017 che ha attribuito maggiori poteri al governo. Questo atteggiamento prevalente dell’esecutivo si è tradotto in una pressione su avvocati, giudici e pubblici ministeri, ora più forte che mai” spiega il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Istanbul Mehmet Durakoglu.
La compressione del diritto di difesa risale ancor prima, al periodo emergenziale dopo gli scontri avvenuti nel Parco Gezi tra il 28 maggio e il 30 agosto 2013 a Istanbul. Per la protesta pacifica dei manifestanti, tutti sotto i 30 anni, contro la costruzione di un centro commerciale nel Parco e che si allargò rapidamente contro Erdogan in tutta la Turchia, la repressione fu durissima. Ci furono 11 morti, 8.500 feriti.
Gli avvocati che li difendevano furono arrestati dalla polizia antisommossa dentro al Tribunale di Istanbul. In seguito al fallito golpe militare del 15 luglio 2016 è poi iniziata la repressione in ogni settore della società civile e nei confronti di chi la difendeva nei tribunali. In Turchia gli avvocati che difendono i “colpevoli” diventano colpevoli. Visitano i loro assistiti – troppi e imputati di terrorismo – con una frequenza “sopra alla media”. È quanto si legge in molte sentenze o capi di accusa che riguardano non gli imputati/assistiti ma i loro difensori. L’avvocato che concorre nel reato, che diventa una sorta di corriere andando in carcere dagli imputati, che difende troppi terroristi, che è uno di loro.


L’avvocato che non è “neutro” ma “organico al reato” e che viene identificato con la causa che tratta. Quale sistema migliore per colpire il legale e l’assistito, intimorire i colleghi, limitare il diritto di difesa degli “oppositori” generando la paura di difenderli? I difensori, proprio quelli che dovrebbero invece avere la capacità di agire in prima linea senza strumentalizzazioni politiche. Quelli che li accusano, fantomatici testimoni, sono voci contraffatte che rimangono sconosciute e senza volto, in un processo anch’esso privo di identità, perché privo di contraddittorio. Processo che diventa così strumento di repressione politica. Ma gli avvocati, con il loro lavoro, continuano a resistere in Turchia.
Ottomila ricorsi all’anno promossi davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ne sono un triste ma indicativo primato.

“Non sono importanti le condizioni di detenzione ma la lotta. Non ci piegheranno, né Erdogan né il carcere” dice nell’ottobre 2019 una Timtik “serena e sorridente” – durante un colloquio nella ex base militare a Silivri, adattata a carcere di massima sicurezza dove era detenuta – all’Avv. Fausto Giannelli, esperto di processi penali internazionali che insieme ad altri colleghi provenienti da tutta Europa ha partecipato come co-difensore in alcuni procedimenti contro gli avvocati turchi.
Le celle non hanno finestre ma c’è una luce artificiale sempre accesa, insieme a una telecamera, 24 ore su 24. Ci sono filo spinato e torrette ovunque. In isolamento, Timtik non è sottoposta a torture o violenza fisica. Lì dentro è semplicemente sepolta viva, raccontano i suoi colleghi. Lei come la sorella Barkin, avvocata anch’essa, lì detenuta e accusata degli stessi reati o come l’Avv. Aytac Unsal anche lui in sciopero della fame, e ancora vivo, ma in precarie condizioni di salute.

“Anche il nostro corpo è uno strumento di lotta. Un avvocato quando è fuori si deve occupare della difesa degli assistiti, quando è in carcere, ancor prima che a sé stesso, deve pensare a come continuare la battaglia per la difesa dei diritti civili, sociali e politici”, sono le parole di Selcuk Kosagacl – Presidente CHD associazione avvocati progressisti turchi.
Ebru Timtik, con il suo percorso parla a ognuno di noi ponendoci di fronte a valutazioni difficili. Un’avvocata (come preferiva essere chiamata) a difesa dei diritti e soprattutto del diritto ad esigere un giusto processo. Non una giusta verità – ma una equa e giusta metodologia – attraverso le regole del contraddittorio. “La libertà processuale di uno è quella di tutti” diceva spesso.
Spendere la propria vita per i diritti ed esaurire la forza fisica nello sciopero della fame ha in sé una storia che supera i confini. Quella di chi cerca giustizia anche dal carcere dove è segregato, senza subire passivamente la negazione dei diritti nei suoi confronti, nei confronti degli altri colleghi detenuti e dei suoi stessi assistiti detenuti. Fino al punto di condividere il loro stesso destino, avvocati e cittadini uniti dal diritto nell’ultimo atto difensivo. Stupisce la dimensione sociale della legalità che sceglie e incarna Ebru Timtik, disorientano coraggio e umanità che confluiscono in una scelta estrema di legalità. Depredata della dimensione giuridica e fisica dei tribunali, le sedi della giustizia e della forma più universale di rivendicazione dei diritti diventano il suo corpo, lo sciopero della fame e il conseguente digiuno fino alla morte. Digiuno anch’esso tentato di violare, come denunciato da Amnesty International, dai suoi carcerieri con l’alimentazione forzata ma senza successo.

Ebru Timtik non è un’estremista che ha scelto il martirio per fanatismo ma un avvocato che sceglie una lotta non violenta per combattere il regime. Di “organico al reato” ritroviamo qui corpi e menti di avvocati e imputati. Avvocati e cittadini uniti nella difesa del diritto, per rimanere liberi fino alla fine. Prima di lei avevano già perso la vita allo stesso modo proprio alcuni dei suoi assistiti, tre musicisti della Band Group Yorum a cui era stato vietato fare concerti, condannati per terrorismo per il contenuto della loro attività artistica. E al di qua della frontiera?
La diplomazia internazionale, al momento, ha fallito. Omicidi che restano impuniti, migliaia di detenuti di opinione che si trovano nelle carceri, sulle sponde del mediterraneo, dalla Turchia all’Egitto a scapito di accordi economici e bilaterali. La democrazia non è un diritto e non è scontata, i regimi dittatoriali spesso si mascherano sotto le forme “politiche” della democrazia, non dobbiamo dimenticarlo. Occorre lottare affinché il sistema europeo ed internazionale di tutela dei diritti umani prevalga sulla volontà dei singoli governi nazionali e venga protetto dall’avanzare dei nuovi regimi, poco sensibili ai diritti umani, per metterli in crisi.
Al crocevia dell’Occidente laico, dalla Grecia a venire, noi avvocati, giuristi quanto siamo disposti a metterci in gioco per denunciare-condannare-estirpare le pratiche che costituiscono torture di Stato, per difendere il giusto processo, l’accesso alla giustizia per i più vulnerabili, i diritti dei detenuti, gli equilibri costituzionali del nostro paese. Siamo in grado di interloquire con il nostro governo per rivendicare il rispetto dei diritti umani nelle relazioni – anche commerciali – con quei paesi che palesemente li violano? Sappiamo essere questo al di qua della frontiera?
Rivendicare con forza il nostro ruolo di difensori dei diritti, continuare a vigilare, a sensibilizzare governi e istituzioni su quel che accade in quei luoghi e alle persone di quei luoghi – per impedire a leader autoritari di limitare i diritti attraverso il potere istituzionale di cui si servono – significa saperci occupare della vita del giusto processo e (anche) di noi stessi.

Bir Mevsim – Una stagione
Ancora una volta siamo scesi sulle strade
Ancora una volta sulle strade lunghe
Ancora una volta siamo usciti sulle strade
Ancora una volta sulle strade difficili
Lunghe e difficili ma degne
Abbiamo iniziato il digiuno fino alla morte
Durante una stagione avremo fame
Durante una stagione marceremo
Degni come la nostra fame
Fieri come la nostra fame
A testa alta come la nostra fame
Come la nostra fame
La perseveranza e l’amore
Il nostro popolo, i nostri sogni
Le nostre teste colme di speranza
Noi le abbiamo consolidate ed affilate
Con esse ci nutriremo, resisteremo
Con esse moriremo
Quando gli uccelli migreranno lontano
È a noi che diranno arrivederci
Noi avremo fame quando li saluteremo
Quando torneranno forse saremo di meno
Forse pochi di noi resteranno
Forse nessuno
Se resteremo sarà cosa degna
Se moriremo sarà cosa valorosa
Durante una stagione avremo fame
Per essere degni tutte le stagioni.

(Parole: Fırat Tavuk Musica: Grup Yorum)
Canzone dedicata da Grup Yorum all’Avv. Ebru Timtik